Elly Schlein ha deciso: la politica deve uscire dalla Rai. "Questo è l'ultimo governo che mette bocca sulla Rai", ha dichiarato la segretaria del Partito Democratico, annunciando una riforma, condivisa con le altre opposizioni, che dovrebbe finalmente "liberare la Rai dalla politica e dai partiti".
Un principio certamente suggestivo. E probabilmente persino condivisibile. Ma c'è un problema: la memoria.
Perché sentire oggi il Partito Democratico presentarsi come il protagonista della battaglia contro l'influenza della politica sulla televisione pubblica inevitabilmente fa sorgere qualche domanda.
Schlein sostiene questa battaglia almeno dal 2024? Certamente. Ma nel 2024 Giorgia Meloni era già presidente del Consiglio e il Pd sedeva già sui banchi dell'opposizione. Non è dunque questo il precedente che può dimostrare che i democratici abbiano mantenuto lo stesso atteggiamento quando erano loro a Palazzo Chigi.
Per capire la contraddizione politica bisogna andare più indietro.
Nel 2015, con Matteo Renzi presidente del Consiglio e il Pd forza dominante della maggioranza, arrivò infatti una riforma della Rai che intervenne profondamente proprio sulla governance del servizio pubblico e la politica non venne affatto espulsa da Viale Mazzini.
Il nuovo Consiglio di amministrazione venne ridotto a sette componenti: quattro eletti dal Parlamento, due designati dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'Economia e soltanto uno scelto dai dipendenti Rai. La riforma introdusse inoltre la figura dell'amministratore delegato attribuendole rilevanti poteri gestionali.
Insomma, quando il Pd governava non si scelse di costruire quella Rai completamente sottratta a governo e partiti che oggi viene indicata come obiettivo irrinunciabile.
Naturalmente Elly Schlein nel 2015 non era segretaria del Partito Democratico e sarebbe scorretto attribuirle personalmente quella riforma. Ma oggi guida quel partito e proprio per questo il confronto politico con ciò che il Pd fece quando disponeva del potere di cambiare davvero le regole diventa inevitabile.
Non si tratta di difendere l'attuale sistema né di sostenere che il centrodestra debba poter mettere le mani sulla Rai. Al contrario: se davvero si riuscisse a costruire un servizio pubblico indipendente dai governi sarebbe probabilmente una buona notizia ma dovrebbe esserlo sempre.
La Rai non può diventare "occupata dalla politica" soltanto quando governa Giorgia Meloni e trasformarsi invece in normale esercizio della governance quando a Palazzo Chigi siedono altri. La politica italiana conosce questo copione da decenni: maggioranze accusate di occupare la televisione pubblica e opposizioni che promettono di liberarla. Poi cambiano maggioranza e opposizione, e spesso cambiano anche le parti in commedia.
Per questo la promessa di Schlein sarà realmente credibile soltanto davanti a una prova molto semplice. Se il centrosinistra tornerà al governo, sarà disposto a rinunciare davvero al potere di incidere sulla governance della Rai? Sarà disposto a consegnare quelle chiavi a un sistema autenticamente indipendente, sapendo che potrebbe produrre direttori, giornalisti e programmi ostili allo stesso governo che avrà approvato la riforma?
Se la risposta sarà sì, sarà una svolta storica. Fino ad allora rimane un dato politicamente difficile da ignorare: il Pd ha avuto la possibilità di riformare la Rai quando governava e nel 2015 lo ha fatto senza estromettere la politica dalla sua governance.
Oggi che governa il centrodestra, invece, la parola d'ordine è diventata "liberare la Rai dalla politica e dai partiti", più che una contraddizione di Schlein, dunque, è una contraddizione che attraversa la storia dei partiti italiani: la politica in Rai sembra diventare intollerabile soprattutto quando quella politica è degli altri.